Il Panenka, altro che cucchiaio...

Cucchiaio, scavetto, scavino, ecc... Lo si può chiamare come si vuole, ma per gli amanti del calcio vero, quel modo particolare e mozzafiato di calciare i rigori è, e sarà per sempre, il Panenka.

Immaginate che sia il 1976. E che ad affrontarsi siano la migliore squadra europea, la Germania Ovest, e la migliore dell'Est Europa, la Cecoslovacchia. Immaginatevi che la posta in gioco sia alta, molto alta. Diciamo il Campionato Europeo. Immaginate, poi, la cultura calcistica dalla quale 11 di loro provengono, e l'ambiente dal quale provengono: rigido e severo, votato all'ordine e alla disciplina. Ora, in mezzo a quegli 11 uomini, provenienti dall'altra parte della cortina di ferro, immaginate vi sia un alieno. Ben mimetizzato badi bene. Fino a quel momento l'alieno ha copiato in tutto e per tutto i compagni. Tanto sudore, tanta grinta, tanta abnegazione. L'alieno ha sposato una filosofia di vita, che abbraccia anche il modo di intendere il calcio. L'alieno è un uomo "normale", per compagni e tifosi. Forte come un cervo, duro come la pietra. L'uomo del progresso. L'alieno ha un solo vezzo: un bel paio di baffi. In fin dei conti vanno di gran moda, non ci sarebbe niente di male. Certo però, che una bella faccia rasata e pulita... Ma tant'è, glielo si concede. L'alieno è stato buono e calmo, ha gioito e pianto, ma non ha mai rivelato la sua identità.
Ma c'è un momento nella vita di ogni uomo (e di ogni alieno), in cui la gravità della posta in gioco ti mette con le spalle al muro e ti costringe ad emergere per non annaspare. Un momento in cui l'anima di un uomo balena come fulmine e riluce di bagliore accecante. Un momento, che se non vien colto, andrà perso per sempre. Quel momento, per il nostro alieno, è stato a Belgrado, allo stadio della Stella Rossa. È stato nel giorno in cui si giocava i sacrifici di una vita. Il giorno in cui dava un nuovo significato alla propria scelta di vita. In cui 11 metri lo dividevano dalla gloria. All'ultimo rigore dell'ultima partita del campionato Europeo, Antonin Panenka emerse in tutta la sua luce accecante e regalò un momento sportivo indimenticabile.



1995, il Genoa in B: tre tifosi morti d'infarto

In Italia il calcio è un po' come una religione. In certe città l'attaccamento ai propri colori trascende la pura passione e diventa qualcosa di molto simile alla fede. Una di queste città è Genova, in particolare la sponda rossoblù. Il Genoa è la squadra professionistica che vanta la storia più lunga. Una storia fatta di grandi gioie (9 scudetti e una Coppa Italia) e grandi delusioni, la più recente delle quali la retrocessione in Serie C nel 2005. In quell'anno il Genoa stava per tornare in Serie A dopo un decennio di assenza. Ma una presunta compravendita di partite condannò il Grifone alla doppia retrocessione: dall'agognata Serie A al semiprofessionismo.
Quel 2005 sembrava essere l'anno buono per la fine del terribile decennio iniziato nel 1995. Anno in cui per la prima volta la retrocessione di una squadra fu decisa ai rigori.


Stagione 1994/1995. Il Genoa termina il campionato quartultimo a pari merito con il Padova, dopo una strabiliante ed emozionante rincorsa alla "quota 40". La salvezza viene decisa dallo spareggio in campo neutro. A Firenze le due formazioni si incontrano il 10 giugno 1995.
Nei 90' minuti regolamentari la partita termina 1-1, con i gol di Vlaovic e Skuhravy nel primo tempo. Il Padova gioca meglio, ma non riesce ad avere la meglio, neanche dopo i supplementari. Grande protagonista il portiere rossoblù Spagnulo, ultimo baluardo davanti al baratro della B. E così, per la prima volta nella storia della Serie A, sono i calci di rigore a decidere la retrocessione di una squadra.

Ma neanche il quasi imbattibile Spagnulo riesce a regalare al Genoa l'ultimo sogno. Errore di Galante e  rigore decisivo di Kreek. Al sesto tiro dal dischetto lo spareggio ha un vincitore. Il Padova è salvo, il Genoa è in B. Una partita ad alta tensione emotiva, con finale thrilling. E tre tifosi genoani non hanno retto. Due di loro erano allo stadio. Mirko Pilotti, 50 anni, e Paolo Domenico Risso, 42, sono stati stroncati da un infarto durante il secondo tempo. Un terzo, Giuseppe Talmini, è morto davanti alla tv.
Al dramma genoano, fanno da contraltare le scene di giubilo dei giocatori e dei tifosi del Padova. E come dimenticare Alexi Lalas che issa la statuina di Sant'Antonio avvolta nella bandiera americana...



Il kung-fu style di Eric Cantona

Adesso se ne fa un gran parlare, ma 20 anni fa uno stadio senza barriere, in Italia, era pura utopia. Diversa cosa oltremanica. Lì è normale. Il pubblico è praticamente a bordo campo, ospitato in strutture fatte appositamente per il calcio, senza piste di atletica o altro. Lo spettatore può così osservare i propri beniamini a portata di sputo.
Di quanto possa essere bella ed intensa un'esperienza di questo tipo, chiedetelo a Matthew Simmons, un tifoso del Crystal Palace come tanti.
Matthew, il 25 gennaio del 1995, va allo stadio a tifare per la sua squadra del cuore. Quel giorno i glaziers affrontano il Manchester United e Simmons siede a ridosso del campo, nella zona tra la tribuna centrale e la curva.
Partita veloce, gioco duro e tanta intensità, come solo il calcio inglese sa regalare. Ma alla fine del primo tempo la partita è ancora bloccata sullo 0-0. Si rientra dagli spogliatoi e pronti via, al minuto 48', l'arbitro Alan Wilkie estrae un cartellino rosso nei confronti di Cantona, reo di aver rifilato una brutta manata ad un difensore avversario. Il fumantino attaccante francese non la prende bene, ma placato dai compagni si avvia a passo lento verso gli spogliatoi. Ad accompagnarlo un coro di fischi ed insulti. Anche Simmons partecipa al coro. Destino vuole che per una qualche ragione Cantona abbia deciso di sfogare tutta la sua rabbia e la sua frustrazione proprio nei confronti di uno dei tifosi che più gli era vicino in quel momento. 
Il destino ha voluto che Matthew Simmons passasse alla storia come il tifoso colpito dal calcio stile Bruce Lee di Eric Cantona.


Wilfred Agbonavbare: da calciatore a facchino, passando per Elio e le Storie Tese


L'impagabile gioia di ammirare un ciccione in campo, unita all'inevitabile pena che suscita saperlo ridotto povero in canna. La miscela di questi due elementi ha un nome e cognome: Wilfred Agbonavbare.
Sul campo, il nostro Wilfred era un giocatore di tutto rispetto. Pur con l'ostacolo delle sue sinuose forme, riuscì a giocare da titolare nella Liga spagnola, oltre a vantare nel palmarés una partecipazione mondiale. Quella del 1994, la grande Nigeria dei vari Oliseh, Finidi George, Ikpeba, Yekini. Di quella squadra Agbonavbare era il portiere di riserva, dietro il titolarissimo "prinicpe" Rufai. E quel mondiale avrebbe forse anche potuto viverlo da protagonista, se non fosse stato per una figuraccia rimediata 10 anni prima. 
Il 16 dicembre 1983 si giocò Nigeria-Togo, match valido per la coppa WAFU (West Africa Football Union). Largo spazio agli esperimenti e spazio anche ad un giovane e promettente portiere diciassettenne. Wilfred Agbonavbare ebbe la grande chance di mettersi in mostra in nazionale. E la sprecò. Risultato finale 5-2 per il Togo. E anche se magari non tutte le colpe erano del portiere, il popolo nigeriano non digerì la sconfitta contro gli odiati vicini. Quel giorno Agbonavbare si guadagnò un soprannome che gli rimase affibbiato per sempre: Agbonibasket, dove "basket" indica il canestro con cui raccogliere i palloni in fondo al sacco.
Ma nonostante questo, nel '94 ebbe la chance di andare ai mondiali. Un posto che si guadagnò grazie alle prestazioni con il Rayo Vallecano, la squadra di cui difendeva i colori. Manco a dirlo, era l'idolo della curva.

La lite tra Gaucci e Matarrese. "Gaucci! Noi siamo di Serie A!"

Le polemiche nel mondo del calcio sono all'ordine del giorno. Coinvolgono tifosi, giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti. Battute, sfottò, insulti e alle volte si arriva anche alle mani. Tra le tante che negli anni hanno affollato le trasmissioni televisive e le prime pagine dei giornali, val la pena ricordare forse quella più divertente di tutte.
Corre l'anno 1999. Si è appena conclusa la partita Perugia-Bari, che ha visto imporsi la squadra pugliese per 2-1. Prima sconfitta in casa per la squadra del vulcanico presidente Gaucci, che ha non poco da recriminare contro l'arbitraggio di Pellegrino. L'episodio principe, che ha dato il via alle polemiche, avviene al 9' del primo tempo, quando Duccio Innocenti, arcigno e rude difensore del Bari, in piena area di rigore avversaria rifila una gomitata a Renato Olive, rompendogli uno zigomo. Dell'accaduto l'arbitro non se ne accorge.
Complice la sconfitta finale, a fine partita il presidente Gaucci sbotta. Oggetto della sua ira sono Pellegrino, reo di non aver visto un chiaro intervento da espulsione, e Vincenzo Matarrese, che incautamente si rivolge a Gaucci come dall'alto di un piedistallo ("Gaucci! Noi siamo di Serie A!").
Il presidente del Bari è fratello di Antonio, alla guida della Federcalcio fino al 1996. E con la famiglia Matarrese e i palazzi del potere, Luciano Gaucci ha un conto aperto, che risale al 1992, quando il suo Perugia si giocò fino all'ultima giornata la promozione in B contro la Fidelis Andria. Nell'ultimo incontro di quel campionato, la squadra umbra pareggiò a Barletta 1-1, e la contemporanea vittoria della Fidelis Andria a Chieti sancì la fine dei sogni di promozione.
Di quella partita Gaucci ricorda bene la famiglia Matarrese in tribuna a tifare per la squadra pugliese e l'arbitro Pellegrino in campo a dirigere l'incontro. Una partita chiusa dal Perugia in 9 e polemiche a non finire nel dopo gara.
Nel tunnel di uscita dagli spogliatoi si sfiora così la rissa. Ingiurie ed insulti, qualche spintone e un Gaucci indemoniato che viene a stento trattenuto dall'entrare nel pullman del Bari, per dirgliene quattro (usando un eufemismo) al presidente avversario.

Frajese e Paolini: uno scontro epico

In una calda serata francese del 1998, il disturbatore di professione Gabriele Paolini, tentando l'ennesima incursione televisiva, trovò pane per i suoi denti. Tentando di intrufolarsi in un servizio di Paolo Frajese, collegato in diretta con il Tg1 per raccontare dei tifosi in trasferta in Francia per il Mondiale, Paolini rimediò dal giornalista un paio di calcioni ben assestati. Un attacco fulmineo ed inaspettato, che colse di sorpresa il fastidiosissimo disturbatore televisivo, il tutto raccontato dalle immagini in diretta del telegiornale. E subito dopo l'incursione, sfoggiando un invidiabile aplomb, Frajese si rivolse nuovamente alla telecamera e si scusò con il pubblico. Una scena epocale.


Stoccarda 1989: Maradona e il riscaldamento a tempo di musica

Siamo al Neckarstadion di Stoccarda, finale di ritorno della Coppa Uefa del 1989. Il Napoli, forte della vittoria 2-1 in casa, sta per aggiudicarsi la prima Coppa Uefa della sua storia. Al momento del riscaldamento, quando tutte e due le squadre sono in campo, dagli altoparlanti dello stadio suona la canzone "Life is life", hit degli Opus del 1984. Ebbene, raramente capita che un riscaldamento possa affascinare così tanto uno spettatore, di solito intento a trovare posto a sedere, comprare da bere e da mangiare, chiacchierare, ecc... Ma quel giorno circa 70 mila spettatori, più l'intera squadra dello Stoccarda, rimasero a bocca aperta, osservando il Pibe de Oro cimentarsi in un riscaldamento a tempo di musica.
Klinsmann, allora attaccante dello Stoccarda, ricorda: "Eravamo dall'altra parte del campo, riscaldandoci come veri tedeschi; seri, concentrati, ... C'era la musica che suonava, la canzone "Life is life", e al ritmo della canzone Maradona iniziò a palleggiare. Così abbiamo fermato il nostro riscaldamento. Che sta facendo questo qui? Stava palleggiando con le spalle. E non abbiamo potuto continuare il riscaldamento, perché dovevamo guardarlo."
Quella partita il Napoli la pareggiò 3-3 e vinse così la Coppa Uefa. Maradona fece una gran partita, pur senza segnare (facendo però gli assist per i gol di Ferrara e Careca). Ma fu quello che fece prima della partita a passare alla storia.


La partita a scopone sull'aereo: Zoff e Pertini contro Causio e Bearzot

Forse la foto più celebre del mundial spagnolo è proprio questa. Una partita a carte, una partita a scopone per l'esattezza. Al tavolo il capitano della nazionale Zoff, l'allenatore Bearzot, Franco Causio e il Presidente della Repubblica Pertini. Gli accoppiamenti sono Zoff-Peritni, Bearzot-Causio. Il tavolo è quello dell'aereo che riporta a casa gli azzurri dopo la trionfale finale. Sul tavolo, in primo piano, la Coppa del Mondo.
Bearzot non è un gran giocatore e al tavolo doveva sedere Cesare Maldini (allora allenatore in seconda). Ma Maldini si alzò nel momento sbagliato e la partita iniziò senza di lui. Di quel "match" Causio ricorda il punto decisivo, neanche fosse una partita di calcio: "Io ero in coppia con Bearzot, il presidente con Zoff. Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il settebello. Abbiamo vinto così quella partita."

Di quella partita c'è anche un video, in cui si vede Pertini arrabbiarsi con Bearzot, per la giocata, e con Zoff, accusandolo di averlo fatto perdere. Il presidente amava giocare, ma non era una gran giocatore e in quell'occasione fu lui a sbagliare. Ma non lo ammise mai in pubblico, così come nulla disse Zoff. Ma a distanza di un anno, quando il portiere appese i guantoni al chiodo, Pertini mandò un telegramma al compagno di scopone, ammettendo la colpa della sconfitta: "Caro Zoff, io non dimenticherò mai la tua bravura nel Mundial et la tua bonarietà quando tuo compagno in una partita a scopone sull’aereo che ci riportava a Roma ti ho fatto perdere [...] Vieni a trovarmi, giocheremo a scopone e cercherò di non fare più gli errori che mi hai giustamente rimproverato. Auguri mio caro Zoff." Una vera e propria confessione.




La folle corsa di Carletto Mazzone

Nella sua carriera ha seduto sulle panchine di Ascoli, Fiorentina, Bologna, Cagliari, Roma, Napoli, Brescia e Livorno (e altre). Allenatore sanguigno, idolo delle curve, grazie al suo temperamento, alla passione, alla schiettezza. Certe volte si fa un po' troppo trascinare dall'eccitazione e magari esce dal seminato, riuscendo però a catturare la simpatia di tutti. C'è un evento in particolare, che riassume la personalità di Carletto Mazzone. Un evento in parte spiacevole, in tempi in cui si cerca di dare nuovo lustro al concetto di "andare allo stadio". In cui si predicano correttezza nei comportamenti, fair play e toni bassi. Un fatto del quale lo stesso allenatore ha chiesto scusa, pur con qualche riserva.

L'espulsione di Fontolan: lo schiaffo al compagno Ruotolo

Una delle cause principali di espulsione diretta nel calcio è il comportamento violento, che trova una facilità di espressione disarmante: falli inutili, botte da orbi, reazioni scomposte, ecc. Di solito viene perpetrato da un giocatore nei confronti di un avversario (o dell'arbitro, alle volte). Raramente si manifesta verso i propri compagni di squadra, ma talvolta succede. In questo caso l'arbitro, da regolamento, deve punire il giocatore, a prescindere da contro chi si sia scagliato. Il caso più famoso a riguardo, che i tifosi italiano forse ancora ricordano, è probabilmente quello di Fontolino Fontolan.

22 aprile 1990, si gioca Atalanta-Genoa. Per i rossoblù è una partita che varrebbe la salvezza anticipata, nel caso in cui riuscissero a strappare un punto. Ma il Genoa gioca male e all'82' è sotto 1-0. Gli animi si accendono, la tensione è alta, ed un aggancio sbagliato di Fontolan fa andare su tutte le furie Gennaro Ruotolo, suo compagno di squadra. La reazione di Fontolan alla plateale ed inopportuna sfuriata del compagno (che gli rimprovera scarso impegno) è un tentato calcio nel sedere ed un buffetto. Ruotolo va via, visibilmente alterato, con alle calcagna il compagno Perdomo, che non manca di dimostrargli tutto il suo disappunto. Fontolan rimane invece allibito ai limiti dell'aria atalantina, quando vede l'arbitro Messina estrargli il cartellino rosso.
Fontolan negli spogliatoi, Ruotolo saggiamente sostituito da Scoglio e Genoa che perde 1-0. La salvezza arriverà comunque, Ruotolo alle telecamere della Rai dirà che il caso era già rientrato e Fontolan a fine stagione andrà all'Inter. Tutto risolto, ma certo che è davvero un modo stupido per farsi espellere.