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Tutte le sigle di Mai Dire Gol cantate da Elio e le Storie Tese

Il 18 novembre del 1990, reduci dalla brillante esperienza di Mai Dire Banzai e, prima ancora, da Quo Vadiz?, la Gialappa's Band entra nelle case degli italiani con la prima puntata del glorioso Mai Dire Gol.
Partì come una raccolta di video divertenti legati al mondo del calcio, commentati dalle voci fuori campo di Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, divenne col passare del tempo un varietà comico di più ampio respiro, che in un mondo o nell'altro continuò comunque a mantenere un saldo legame con il "brutto" del calcio nostrano e internazionale.
Tanti i comici più o meno noti lanciati alla ribalta nazionale dalla trasmissione della Gialappa (Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Maurizio Crozza, Daniele Luttazzi, Paolo Hendel, Giole Dix...), tante le facce che hanno spalleggiato il trio radiofonico alla conduzione (Teo Teocoli e il suo alter ego Peo Pericoli su tutti). Innumerevoli i personaggi e gli sketch comici che hanno reso leggendaria la trasmissione... ne vogliamo elencare un paio? I Bulgari di Aldo Giovanni e Giacomo, Carcarlo Pravettoni di Hendel, Frengo di Albanese, il mago Oronzo di Raul Cremona, il Tomba di Dix, l'Ermes Rubagotti di Gene Gnocchi, il Conte Uguccione di Bebo Storti, e così via...
Ma un'altra cosa che rimarrà per sempre nei cuori degli amanti delle prime edizioni di Mai Dire Gol, sono le sigle di apertura di Elio e le Storie Tese. Qui di seguito un breve excursus.

Il kung-fu style di Eric Cantona

Adesso se ne fa un gran parlare, ma 20 anni fa uno stadio senza barriere, in Italia, era pura utopia. Diversa cosa oltremanica. Lì è normale. Il pubblico è praticamente a bordo campo, ospitato in strutture fatte appositamente per il calcio, senza piste di atletica o altro. Lo spettatore può così osservare i propri beniamini a portata di sputo.
Di quanto possa essere bella ed intensa un'esperienza di questo tipo, chiedetelo a Matthew Simmons, un tifoso del Crystal Palace come tanti.
Matthew, il 25 gennaio del 1995, va allo stadio a tifare per la sua squadra del cuore. Quel giorno i glaziers affrontano il Manchester United e Simmons siede a ridosso del campo, nella zona tra la tribuna centrale e la curva.
Partita veloce, gioco duro e tanta intensità, come solo il calcio inglese sa regalare. Ma alla fine del primo tempo la partita è ancora bloccata sullo 0-0. Si rientra dagli spogliatoi e pronti via, al minuto 48', l'arbitro Alan Wilkie estrae un cartellino rosso nei confronti di Cantona, reo di aver rifilato una brutta manata ad un difensore avversario. Il fumantino attaccante francese non la prende bene, ma placato dai compagni si avvia a passo lento verso gli spogliatoi. Ad accompagnarlo un coro di fischi ed insulti. Anche Simmons partecipa al coro. Destino vuole che per una qualche ragione Cantona abbia deciso di sfogare tutta la sua rabbia e la sua frustrazione proprio nei confronti di uno dei tifosi che più gli era vicino in quel momento. 
Il destino ha voluto che Matthew Simmons passasse alla storia come il tifoso colpito dal calcio stile Bruce Lee di Eric Cantona.


Wilfred Agbonavbare: da calciatore a facchino, passando per Elio e le Storie Tese


L'impagabile gioia di ammirare un ciccione in campo, unita all'inevitabile pena che suscita saperlo ridotto povero in canna. La miscela di questi due elementi ha un nome e cognome: Wilfred Agbonavbare.
Sul campo, il nostro Wilfred era un giocatore di tutto rispetto. Pur con l'ostacolo delle sue sinuose forme, riuscì a giocare da titolare nella Liga spagnola, oltre a vantare nel palmarés una partecipazione mondiale. Quella del 1994, la grande Nigeria dei vari Oliseh, Finidi George, Ikpeba, Yekini. Di quella squadra Agbonavbare era il portiere di riserva, dietro il titolarissimo "prinicpe" Rufai. E quel mondiale avrebbe forse anche potuto viverlo da protagonista, se non fosse stato per una figuraccia rimediata 10 anni prima. 
Il 16 dicembre 1983 si giocò Nigeria-Togo, match valido per la coppa WAFU (West Africa Football Union). Largo spazio agli esperimenti e spazio anche ad un giovane e promettente portiere diciassettenne. Wilfred Agbonavbare ebbe la grande chance di mettersi in mostra in nazionale. E la sprecò. Risultato finale 5-2 per il Togo. E anche se magari non tutte le colpe erano del portiere, il popolo nigeriano non digerì la sconfitta contro gli odiati vicini. Quel giorno Agbonavbare si guadagnò un soprannome che gli rimase affibbiato per sempre: Agbonibasket, dove "basket" indica il canestro con cui raccogliere i palloni in fondo al sacco.
Ma nonostante questo, nel '94 ebbe la chance di andare ai mondiali. Un posto che si guadagnò grazie alle prestazioni con il Rayo Vallecano, la squadra di cui difendeva i colori. Manco a dirlo, era l'idolo della curva.

La lite tra Gaucci e Matarrese. "Gaucci! Noi siamo di Serie A!"

Le polemiche nel mondo del calcio sono all'ordine del giorno. Coinvolgono tifosi, giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti. Battute, sfottò, insulti e alle volte si arriva anche alle mani. Tra le tante che negli anni hanno affollato le trasmissioni televisive e le prime pagine dei giornali, val la pena ricordare forse quella più divertente di tutte.
Corre l'anno 1999. Si è appena conclusa la partita Perugia-Bari, che ha visto imporsi la squadra pugliese per 2-1. Prima sconfitta in casa per la squadra del vulcanico presidente Gaucci, che ha non poco da recriminare contro l'arbitraggio di Pellegrino. L'episodio principe, che ha dato il via alle polemiche, avviene al 9' del primo tempo, quando Duccio Innocenti, arcigno e rude difensore del Bari, in piena area di rigore avversaria rifila una gomitata a Renato Olive, rompendogli uno zigomo. Dell'accaduto l'arbitro non se ne accorge.
Complice la sconfitta finale, a fine partita il presidente Gaucci sbotta. Oggetto della sua ira sono Pellegrino, reo di non aver visto un chiaro intervento da espulsione, e Vincenzo Matarrese, che incautamente si rivolge a Gaucci come dall'alto di un piedistallo ("Gaucci! Noi siamo di Serie A!").
Il presidente del Bari è fratello di Antonio, alla guida della Federcalcio fino al 1996. E con la famiglia Matarrese e i palazzi del potere, Luciano Gaucci ha un conto aperto, che risale al 1992, quando il suo Perugia si giocò fino all'ultima giornata la promozione in B contro la Fidelis Andria. Nell'ultimo incontro di quel campionato, la squadra umbra pareggiò a Barletta 1-1, e la contemporanea vittoria della Fidelis Andria a Chieti sancì la fine dei sogni di promozione.
Di quella partita Gaucci ricorda bene la famiglia Matarrese in tribuna a tifare per la squadra pugliese e l'arbitro Pellegrino in campo a dirigere l'incontro. Una partita chiusa dal Perugia in 9 e polemiche a non finire nel dopo gara.
Nel tunnel di uscita dagli spogliatoi si sfiora così la rissa. Ingiurie ed insulti, qualche spintone e un Gaucci indemoniato che viene a stento trattenuto dall'entrare nel pullman del Bari, per dirgliene quattro (usando un eufemismo) al presidente avversario.

Frajese e Paolini: uno scontro epico

In una calda serata francese del 1998, il disturbatore di professione Gabriele Paolini, tentando l'ennesima incursione televisiva, trovò pane per i suoi denti. Tentando di intrufolarsi in un servizio di Paolo Frajese, collegato in diretta con il Tg1 per raccontare dei tifosi in trasferta in Francia per il Mondiale, Paolini rimediò dal giornalista un paio di calcioni ben assestati. Un attacco fulmineo ed inaspettato, che colse di sorpresa il fastidiosissimo disturbatore televisivo, il tutto raccontato dalle immagini in diretta del telegiornale. E subito dopo l'incursione, sfoggiando un invidiabile aplomb, Frajese si rivolse nuovamente alla telecamera e si scusò con il pubblico. Una scena epocale.


La folle corsa di Carletto Mazzone

Nella sua carriera ha seduto sulle panchine di Ascoli, Fiorentina, Bologna, Cagliari, Roma, Napoli, Brescia e Livorno (e altre). Allenatore sanguigno, idolo delle curve, grazie al suo temperamento, alla passione, alla schiettezza. Certe volte si fa un po' troppo trascinare dall'eccitazione e magari esce dal seminato, riuscendo però a catturare la simpatia di tutti. C'è un evento in particolare, che riassume la personalità di Carletto Mazzone. Un evento in parte spiacevole, in tempi in cui si cerca di dare nuovo lustro al concetto di "andare allo stadio". In cui si predicano correttezza nei comportamenti, fair play e toni bassi. Un fatto del quale lo stesso allenatore ha chiesto scusa, pur con qualche riserva.

L'espulsione di Fontolan: lo schiaffo al compagno Ruotolo

Una delle cause principali di espulsione diretta nel calcio è il comportamento violento, che trova una facilità di espressione disarmante: falli inutili, botte da orbi, reazioni scomposte, ecc. Di solito viene perpetrato da un giocatore nei confronti di un avversario (o dell'arbitro, alle volte). Raramente si manifesta verso i propri compagni di squadra, ma talvolta succede. In questo caso l'arbitro, da regolamento, deve punire il giocatore, a prescindere da contro chi si sia scagliato. Il caso più famoso a riguardo, che i tifosi italiano forse ancora ricordano, è probabilmente quello di Fontolino Fontolan.

22 aprile 1990, si gioca Atalanta-Genoa. Per i rossoblù è una partita che varrebbe la salvezza anticipata, nel caso in cui riuscissero a strappare un punto. Ma il Genoa gioca male e all'82' è sotto 1-0. Gli animi si accendono, la tensione è alta, ed un aggancio sbagliato di Fontolan fa andare su tutte le furie Gennaro Ruotolo, suo compagno di squadra. La reazione di Fontolan alla plateale ed inopportuna sfuriata del compagno (che gli rimprovera scarso impegno) è un tentato calcio nel sedere ed un buffetto. Ruotolo va via, visibilmente alterato, con alle calcagna il compagno Perdomo, che non manca di dimostrargli tutto il suo disappunto. Fontolan rimane invece allibito ai limiti dell'aria atalantina, quando vede l'arbitro Messina estrargli il cartellino rosso.
Fontolan negli spogliatoi, Ruotolo saggiamente sostituito da Scoglio e Genoa che perde 1-0. La salvezza arriverà comunque, Ruotolo alle telecamere della Rai dirà che il caso era già rientrato e Fontolan a fine stagione andrà all'Inter. Tutto risolto, ma certo che è davvero un modo stupido per farsi espellere.


Il rigore su Cravero e quella sedia al cielo di Mondonico

C'era un periodo, neanche troppo tempo fa, che le squadre italiane spadroneggiavano in Europa. Coppa Uefa, Coppa delle Coppe, Coppa Campioni, in ognuna di queste competizioni, le nostre squadre arrivavano sempre alle fase finali. Poi sul finire degli anni '90 è iniziato un lento ed inesorabile declino, che ha fatto sprofondare il calcio italiano nella disperata situazione in cui si trova adesso.
E allora, non deve sorprendere che nel 1992, il Torino arrivò in finale di Coppa Uefa (quando ancora come trofeo aveva la sua importanza), a disputarsi la conquista del titolo con quell'Ajax, che di lì a poco avrebbe incantato tutta Europa.
All'epoca la finale si disputava sul doppio confronto ed il Torino di Mondonico arriva a disputarla, dopo una cavalcata trionfale, avendo eliminato nell'ordine: KR Reykjavik, Boavista, AEK Atene, Boldklubben 1903 (ora F.C. Copenaghen) e nientepopodimeno che il Real Madrid, regolato con un 2-0 in casa dopo una sconfitta per 2-1 al Bernabeu.

La United Soccer Association del 1967: i club europei in America

Il calcio in America non ha mai avuto un gran seguito, almeno fino al 1994, l'anno del mondiale. Prima di allora era uno sport pressoché sconosciuto, che al massimo suscitava una certa curiosità: ma come fanno gli europei ad appassionarsi ad uno sport tanto stupido? Certo che il baseball... Ma tant'è: il soccer era uno sport poco praticato e contava pochi appassionati. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, grazie ad operazioni economiche e di immagine in grande stile (Beckham ai Galaxy e prima ancora i Cosmos di Pelé, Chinaglia, Beckenbauer, Carlos Alberto...), ai buoni risultati della nazionale a stelle e strisce, all'incremento dell'immigrazione da paesi in cui il calcio è popolare.
Ma se vogliamo parlare del soccer e di quanto abbia faticato ad affermarsi, non possiamo non parlare della United Soccer Association.

Il beffardo destino di Gigi Meroni e Attilio Romero

15 ottobre 1967. Il Torino vince in casa contro la Sampdoria per 4-2, in quella che verrà ricordata da tutti come l'ultima partita di Gigi Meroni. Allo stadio quel giorno, c'è anche un giovane tifosissimo granata, Attilio Romero. Ha applaudito i suoi idoli, esultato ai gol di Combin, è andato in visibilio per Gigi Meroni, l'idolo della curva. Un giocatore dalla tecnica straordinaria, l'incredibile estro, dalla vita "beat". Meroni ascolta i Beatles, dipinge quadri, scrive poesie, si disegna gli abiti che indossa, gira per strada con una gallina al guinzaglio. Un eroe romantico, che vive more uxorio con Cristiana, tra lo scandalo dei benpensanti. La "farfalla granata", che se fuori dal campo divide l'opinione pubblica, in campo convince tutti. Nato calcisticamente a Como, è nella Genova rossoblù che inizia a far vedere di che pasta sia fatto Per aggiudicarselo il Torino versa ben 300 milioni di lire, nel 1964.
Con il popolo granata è subito amore e per tre esaltanti stagioni, Meroni è l'idolo incontrastato dei tifosi. Neppure la fallimentare spedizione azzurra del 1966 fa affievolire la luce della sua stella. A 24 anni la carriera di Meroni è pronta a decollare. Persino Agnelli cerca di portarlo alla Juventus, per la cifra record di 800 milioni. Ma il sollevamento del popolo granata manda a monte l'operazione e Meroni resta al Toro.

Capigliature orrende


Da quando il calciatore è diventato fenomeno mediatico, sempre in tv e impegnatissimo sui social, per i campi di calcio di tutto il mondo si vedono capigliature bizzarre e ad effetto, che ti fanno dubitare della sanità mentale di calciatore e rispettivo parrucchiere. La moda della cresta, colorata e non, ci regala (purtroppo) ogni giorno delle perle di cui faremmo volentieri a meno. Ma anche alcuni i calciatori del passato, per un motivo o per l'altro, non "sfigurerebbero" ai giorni nostri.

Volendo fare un rapido excursus, pare d'obbligo partire da Sir Bobby Charlton e il suo ridicolo riporto, che lo accompagnò per tutta la carriera calcistica, culminata con la vittoria del mondiale del '66, in casa.

Un'altra leggenda del calcio del Regno Unito, ad aver avuto problemi a mascherare la calvizie, era John Dempsey. Ha vinto persino una Coppa della Coppe con il suo Chelsea, segnando anche un gol in finale contro il Real Madrid. Pensate che questo gli abbia donato gloria eterna? Certo che no. A rendere celebre Dempsey è stata la sua acconciatura ai limiti dell'orrendo, che però sfoggiava con una certa fierezza.

Robbie Fowler e la "sniffata" in campo

Robbie Fowler, attaccante leggendario del Liverpool capace di ben 163 gol in Premier League, che in un sondaggio tra i tifosi, si è classificato al 4° posto nella classifica dei giocatori reds più forti di sempre (dietro Gerrard, Dalglish e Rush). Robbie Fowler, che ha vinto una Coppa d'Inghilterra, due Coppa di Lega, una Coppa Uefa e una Supercoppa Uefa. Robbie Fowler, che si guadagnò il soprannome di "The God" (il Dio) nella sponda rossa del Mersey River, pur essendo stato un tifoso dell'Everton da piccolo. Robbie Fowler, che scioccò il mondo con un'esultanza singolare dopo aver segnato un gol proprio in un derby contro l'Everton.
Giocatore divertente e sempre discusso, criticato per i suoi modi e per la sua vita fuori dal campo, Fowler riusciva tanto ad entusiasmare i tifosi del Liverpool, quanto ad irritare i tifosi avversari. In particolar modo quelli degli odiati rivali dell'Everton, che amavano provocarlo ed insultarlo. E pare che proprio in risposta ad alcune "critiche" sulla sua presunta vita privata, il 3 Aprile del 1999, dopo aver marcato su rigore (fallo di Materazzi) il primo dei suoi due gol contro i toffies (dopo lo 0-1 di Dacourt), esultò chinandosi sulla linea di fondo ed iniziò a simulare una "sniffata" alla riga di gesso, il tutto di fronte alla curva avversaria. Il gesto passò subito alla storia ed oltre alle risa del pubblico di tutto il mondo, Fowler scatenò anche l'ira della federcalcio inglese, che comminò al giocatore una squalifica di 4 giornate, oltre che 32.000 sterline di multa. Anche se le sanzione pecuniaria era la somma di due gesti antisportivi: la "sniffata" ed un gestaccio ai danni del difensore del Chelsea Le Saux, che alludeva alla vociferata omosessualità del giocatore blues.
Che dire... Robbie Fowler... nel bene e nel male.


Luciano, il fu Eriberto Conceicao da Silva

Nel 1998, sbarca in Italia una promettente ala brasiliana. Si chiama Eriberto, viene dal Palmeiras ed è nel giro delle nazionali minori. È il Bologna ad aggiudicarselo, per 5 miliardi di lire.

Ancora un po' acerbo nella sua prima esperienza italiana, Eriberto si fa notare più per le sue scorribande fuori dal campo, che per i suoi dribbling in campo. Due stagioni un po' così così e la cessione, al Chievo in Serie B. E qui la vita calcistica di Eriberto ha una svolta. Diventa titolare inamovibile e protagonista della promozione in Serie A. E poi, nella massima serie, protagonista assoluto di quel Miracolo Chievo che stupì tutta l'Italia calcistica. Sulla sua fascia Eriberto va che è un piacere, ingranaggio fondamentale del meccanismo perfetto di Gigi Delneri. E non ci vuol molto che club più blasonati comincino a bussare alla porta del club veronese. Alla fine, nell'estate del 2003, ad aggiudicarsi il forte esterno brasiliano è l'Inter.
Ma nel frattempo, proprio a cavallo di quel trasferimento, Eriberto rivela una sconvolgente verità. Nell'agosto 2002 decide di autodenunciarsi per aver falsificato le sue generalità. Ebbene sì, Eriberto Conceicao da Silva non si chiama così, ma bensì Luciano Siqueira de Oliveira, e non ha 23 anni ma 27. Un peso troppo grande da portarsi appresso, continue crisi d'identità e il pensiero di dover dare al proprio figlio il nome di un altro, questi i motivi alla base della decisione.

Lo sponsor sulle maglie: come è iniziato tutto

Le squadre professionistiche di calcio, che non presentino una sponsorizzazione sul petto, si contano sulle dita di una mano. L'ultima "grande" a cedere alle lusinghe milionarie degli sponsor è stato il Barcellona, dopo una lunga discussione interna peraltro. Ma da quando è diventata consuetudine abbinare i colori sociali allo stemma di una società terza?

Il primo caso assoluto di una maglia con sponsor è quello dell'Eintracht Braunschweig, che nella stagione 1972-1973 siglò un accordo commerciale con la Jägermeister. Ma l'iniziativa dovette superare degli ostacoli di non poco conto. Infatti, secondo regolamento, la sponsorizzazione sulle maglie era vietata. L'unica cosa che si poteva mostrare sulle divise da gara era lo stemma del club. E allora? Fatta la legge, trovato l'inganno. È bastato cambiare lo stemma societario (un leone rampante), con quello della nota azienda di liquori (facendo attenzione a inserire le iniziali del club nello stemma). Ed ecco che dal marzo 1973, l'Eintracht Braunschweig poté sfoggiare sulla divisa il proprio sponsor.
Non ci volle molto che anche le altre squadre, in Germania e non solo, cominciassero ad escogitare degli escamotage analoghi, per poter usufruire del denaro derivante dalle sponsorizzazioni sulle maglie. E così, dalla stagione successiva, un po' in tutta Europa apparvero le maglie sponsorizzate.

E in Italia?

Tutte le liti di Enrico Varriale

Intorno al mondo del calcio si muovono una serie di personaggi, più o meno in vista, che, raccattando le briciole che rimangono della grande torta, riescono in una maniera o nell'altra a vivere e sopravvivere. Vi basti sintonizzare la Tv su una qualsiasi trasmissione sportiva calcistica ed assistere alla parata di opinionisti per capire di chi stiamo parlando. Ma i veri motori del circo mediatico sono i giornalisti, quelli veri, che contribuiscono a mantenere alta l'attenzione del mondo tutto sul gioco del pallone, permettendo al baraccone di stare in piedi.
Come in tutte le categorie ci sono professionisti più o meno bravi, ci sono quelli romantici e quelli pragmatici, quelli imparziali e quelli di parte, quelli che preferiscono l'ombra e quelli che cercano la ribalta, quelli appassionati e quelli un po' meno. E tra tutti questi ne spicca uno per la sua capacità di irritare i vari personaggi che è costretto ad intervistare.
Parliamo di Enrico Varriale. Al pubblico può piacere o meno, ma agli "addetti ai lavori" Varriale sta antipatico. Indisponente e fastidioso con le cosiddette "stelle" del calcio, ben poco abituate a mantenere atteggiamenti di rispetto e poco propense a sopportare le critiche, il giornalista napoletano gode nel gettare benzina sul fuoco e nel richiamare all'ordine l'arrogante di turno.
Sono nati così litigi e polemiche in diretta Tv che hanno fatto storia. Di seguito ne ripercorriamo alcune.

Rivaldo e la simulazione più ridicola di sempre

Nella vita di un calciatore, ci sono dei momenti che vorresti che nessuno ricordi. Tutti hanno scheletri negli armadi, anche i più forti. Prendete uno come Rivaldo. Uno dei migliori giocatori di sempre, capace di vincere tutto, dal Pallone d'Oro alla Coppa del Mondo. E poi Champions League, campionati, coppe e supercoppe. Una carriera immensa, spesa tra Brasile, Spagna, Italia, Grecia (e anche Uzbekistan, a fine carriera). Di lui si ricordano gol fantastici (per esempio uno in rovesciata contro il Valencia, quando vestiva la maglia del Barcellona) e giocate sopraffine.
Ma i veri cultori del calcio ricordano anche un altro episodio, piuttosto famoso che, per un breve periodo, ha oscurato la splendente stella del fuoriclasse carioca. Ossia una delle simulazioni più ridicole e insensate della storia del calcio, messa in atto nella fase finale del mondiale del 2002, contro la Turchia. Un passo falso che non lascerà traccia nelle statistiche e che, forse, rimarrà sconosciuto ai più. Ma noi, noi sì che ce lo ricordiamo. E lo ricorderemo per sempre...

Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, lo sceicco che annullò un gol ai mondiali

Nessuno che non faccia parte di una terna (quaterna o cinquina) arbitrale è mai stato in grado di convincere un arbitro ad annullare un gol, a parte lo sceicco Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah. Niente giacchetta nera per lui, niente bandierina o fischietto. Solo soldi, potere e minacce di ritiro. Tanto è bastato per convincere l'arbitro Miroslav Stupar a tornare sui suoi passi. 
Mondiali di Spagna del 1982. Lo scenario è lo stadio José Zorilla di Valladolid. Le squadre in campo sono la Francia di Platini e la cenerentola Kuwait, allenata dal celebre Carlos Alberto Parreira. Francesi obbligati alla vittoria, dopo il pessimo esordio (1-3 contro l'Inghilterra), e Kuwait vittima designata, nonostante il "brillante" primo match (0-0 contro la Cecoslovacchia). E la pratica, per i transalpini, non sembra risultare molto ostica. All'81' minuto il risultato è di 3-1 per i blues, con gol di Genghini, Platini e Six. Gol della bandiera del Kuwait di Abdullah Al-Buloushi. Poi arriva il gol di Giresse, su perfetto assist di Platini. Vita facile per l'attaccante, che si trova la strada spianata dall'immobilità della difesa avversaria, in attesa di un fischio per fuorigioco. E il fischio, a parere dei giocatori arabi, c'è stato. Loro lo hanno sentito. Ma l'arbitro nega e indica il centro del campo. Ed ecco che accade l'imponderabile.

L'arte della conferenza stampa: da Trapattoni a Malesani

La conferenza stampa. Il patibolo cui il tecnico è costretto per spiegare ai giornalisti vittorie e sconfitte, tattiche e formazioni, calciomercato e aspettative. Ma alcuni allenatori hanno sfruttato la conferenza stampa per levarsi qualche sassolino, sfogarsi, nei confronti di giocatori, addetti ai lavori e, ovviamente, giornalisti.
Il primo e più celebre caso e senza ombra di dubbio quello di Trapattoni. L'allora allenatore del Bayern Monaco rispose ai microfoni dei giornalisti, schierati a mo' di plotone d'esecuzione, ad alcune critiche mosse da alcuni suoi giocatori. E, complici le limitate capacità linguistiche e il cognome del diretto interessato (Strunz), fu uno spettacolo inaudito...




Lo sputo nel calcio: la balistica e la prova tv

Se fossimo dei lama, forse accoglieremmo con più simpatia quello che è considerato dalla società un gesto tanto ignobile: lo sputo. Nel campo di calcio invece, lo sputo è piuttosto normale. Un modo per liberarsi della salivazione in eccesso durante lo sforzo fisico e, in taluni casi, un pessimo modo di esternare i propri sentimenti. Gesto tanto appannaggio di grandi campioni, quanto di squallidi provocatori. Lontani i bei tempi in cui non c'erano mille telecamere a bordo campo e l'arbitro era uno. Quando non c'erano giudici di porta, quarto uomo e quando il guardalinee faceva solo due cose: segnalare i fuori e i fuorigioco. Ora invece, quando il proiettile di saliva carico di odio si stacca dalle labbra, indirizzato al malcapitato avversario (reo di qualcosa, probabilmente), ad osservare la scena ci sono fin troppi occhi indiscreti. E farla liscia è quasi impossibile, se non ci pensa l'arbitro, ci pensa la prova tv.
Il primo e più eclatante caso di sputo a favor di telecamera è senza dubbio l'amorevole trattamento riservato da Rijkaard a Völler nei mondiali del '90. A gioco fermo l'olandese aveva provveduto ad inzaccherare il rivale teutonico. Il gesto fu poi ripetuto con notevole successo dopo l'espulsione di entrambi, lungo la strada per lo spogliatoio. Ma allora non c'era la prova tv, e la faccenda finì lì.

Michele Padovano - Harley Davidson, hashish e sceicchi

Padovano ai tempi della JuveMichele Padovano. Una carriera coronata dalla conquista di Champions League e Coppa Intercontinentale con la Juventus di Lippi. Attaccante di rincalzo che non ha mai fatto mancare in quelle due stagioni bianconere il suo apporto in termini realizzativi. La ciliegina sulla torta fu un gol al Real Madrid nei quarti di Champions del 1996.

Tanto forte sul campo quanto celebre fuori. Ai tempi della Reggiana si guadagna il soprannome di Harley Davidson (ne possiede due). Animatore della notte e idolo delle tifose, alle quali, pare, non facesse mai mancare il suo affetto.