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Helmut Duckadam, l'eroe di Siviglia

Di una finale di Coppa Campioni, non sempre la gente ricorda il risultato; quasi sempre però ricorda la giocata simbolo di quella partita, il momento che decide la sfida, il gesto tecnico impareggiabile.
E così, della finale del 2002 tra Real Madrid e Bayer Leverkusen, la gente ricorda il gran gol di Zidane. O della finale del 1999 tra Bayern Monaco e Manchester, quei folli 2 minuti finali. E ancora del tacco di Madjer, del pallonetto di Ricken, del siluro di Rambo Koeman... ecc.

Ma alcune rare volte, della partita più importante dell'anno, quello che rimane impresso non è un gol, ma una parata. Talmente incredibile da lasciare sgomenti pubblico e squadra avversaria. La parata che vale la coppa.
Ora pensate, se anziché essere solamente una, le parate siano addirittura 4, per di più consecutive...

Signore e signori, Helmuth Duckadam.


Il gol di Tuta: quando segnare fa incazzare... tutti

1998. Moacir Bastos, in arte "Tuta", approda sulle rive di Venezia dopo una brillante stagione all'Atletico Paranaense. Ha solo 24 anni e la grande occasione di costruirsi un luminoso futuro in Europa. Per di più nel campionato più bello del mondo (eh sì, all'epoca la serie A era probabilmente il miglior campionato del mondo).
Certo che con Maniero e Recoba lì davanti, il giovane brasiliano è destinato a fare tanta panchina. Ma al contempo ha la possibilità di imparare molto e crescere, per diventare magari un giorno quel campione che sogna di essere. Ecco perché deve cercare di farsi trovare sempre pronto, impressionare Novellino e convincerlo a puntare su di lui. Ogni minuto in campo è un occasione per mettersi in mostra.
Il 24 gennaio è un giorno di calcio come un altro. Venezia e Bari scendono in campo per la prima giornata di ritorno. La laguna lentamente viene invasa dalla nebbia e per i pochi spettatori in tribuna lo spettacolo in campo è a dir poco imbarazzante. A metà della partita le squadre sono sull'1-1 e tutte e due dimostrano di volerla finire così. Da un pezzo non si vede più un tiro in porta, il ritmo è di una lentezza snervante e la partita è proprio penosa.
Nel finale di gara Novellino decide di regalare qualche minuto a Tuta, che appena entrato sfiora subito il gol. Il ragazzo non sembra aver capito la situazione e il suo "impegno" appare decisamente fuori luogo. Stando alle parole dello stesso calciatore, addirittura Maniero gli avrebbe detto di non segnare e lasciare il pareggio intatto. Ma al 90' Tuta, in barba a tutte le raccomandazioni, incorna un cross dalla sinistra ed insacca di testa. Ad esultare è solo, nel gelo della laguna e nel tiepido entusiasmo dei compagni (addirittura Marangon, suo compagno di squadra, si mette le mani nei capelli). Il giocatore sembra aver fatto arrabbiare tutti... ma proprio tutti! E infatti gli ultimi 4 minuti di gara si trasformano in una caccia all'uomo, con Tuta servito dai compagni e falciato dagli avversari.

Il Maracanazo, la partita più famosa della storia del calcio

La più grande disfatta sportiva della storia del calcio: il Maracanazo.
Il 16 luglio 1950 è il giorno dello sconforto di un intero popolo, un popolo per il quale il calcio rappresenta forse qualcosa più di una religione. Il 16 luglio del 1950 il Brasile sprofonda nella disperazione. Ad abbattere lo spirito di un intero popolo ci ha pensato una partita di calcio. Anzi un solo gol, un solo giocatore: Alcides Ghiggia.

Il 1950 è l'anno del mondiale in Brasile. Si riprende dopo la pausa per la seconda guerra mondiale. Germania e Giappone non vengono invitati, perché paesi aggressori. L'Italia invece sì, ma la nostra presenza vale davvero poco. Andiamo in nave (insieme ai turisti), ancora sotto shock per la strage di Superga, allenati dal presidente del Torino, Novo, e un giornalista, Barrese. Leggenda narra che i palloni già fossero finiti prima di lasciare il Mediterraneo. Un mesto mondiale, abbandonato in gran fretta.

Wilfred Agbonavbare: da calciatore a facchino, passando per Elio e le Storie Tese


L'impagabile gioia di ammirare un ciccione in campo, unita all'inevitabile pena che suscita saperlo ridotto povero in canna. La miscela di questi due elementi ha un nome e cognome: Wilfred Agbonavbare.
Sul campo, il nostro Wilfred era un giocatore di tutto rispetto. Pur con l'ostacolo delle sue sinuose forme, riuscì a giocare da titolare nella Liga spagnola, oltre a vantare nel palmarés una partecipazione mondiale. Quella del 1994, la grande Nigeria dei vari Oliseh, Finidi George, Ikpeba, Yekini. Di quella squadra Agbonavbare era il portiere di riserva, dietro il titolarissimo "prinicpe" Rufai. E quel mondiale avrebbe forse anche potuto viverlo da protagonista, se non fosse stato per una figuraccia rimediata 10 anni prima. 
Il 16 dicembre 1983 si giocò Nigeria-Togo, match valido per la coppa WAFU (West Africa Football Union). Largo spazio agli esperimenti e spazio anche ad un giovane e promettente portiere diciassettenne. Wilfred Agbonavbare ebbe la grande chance di mettersi in mostra in nazionale. E la sprecò. Risultato finale 5-2 per il Togo. E anche se magari non tutte le colpe erano del portiere, il popolo nigeriano non digerì la sconfitta contro gli odiati vicini. Quel giorno Agbonavbare si guadagnò un soprannome che gli rimase affibbiato per sempre: Agbonibasket, dove "basket" indica il canestro con cui raccogliere i palloni in fondo al sacco.
Ma nonostante questo, nel '94 ebbe la chance di andare ai mondiali. Un posto che si guadagnò grazie alle prestazioni con il Rayo Vallecano, la squadra di cui difendeva i colori. Manco a dirlo, era l'idolo della curva.

I poteau carrés: il Saint-Étienne e quei maledetti pali di Glasgow

Negli ultimi anni la Champions League (o Coppa Campioni) è saldamente in mano ad una decina di squadre, che arrivano in maniera abbastanza regolare alle fasi finali. Certo ci sono delle eccezioni, basti pensare all'inedita finale tra Porto e Monaco che consacrò Mourinho come profeta del calcio. Ma diciamo che, salvo queste rare eccezioni, non esistono più quelle squadre simpatia che, grazie ad una fortunata generazione di fenomeni, riuscivano a contendere il massimo trofeo ai vari Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, ecc...
Bene, qui di seguito parliamo della finale del 1976 tra Bayern Monaco e Saint-Étienne. La prima è alla terza finale consecutiva, e vanta tra le sue fila giocatori come: Maier, Beckenbauer, Rumenigge, Gerd Müller, Uli Hoeneß... insomma la nazionale della Germania Ovest. La più solida e la più forte squadra del panorama europeo.
Dominique Rocheteau
Il Saint-Étienne, invece, è tornato a vincere il campionato francese e può così provare l'assalto al trofeo continentale. Qualche anno prima, la squadra transalpina era dominatrice in patria e, vuoi la scarsa esperienza o l'eccessiva intraprendenza, in Europa alternava grandi prestazioni (un 3-0 al Bayern Monaco, per esempio) a débâcle clamorose. L'anno prima fu proprio la squadra bavarese a batterli in semifinale.

Venezia-Juventus, quando l'egoismo di Inzaghi affossò Del Piero

Nella stagione 1999/2000 Alessandro Del Piero rientra da un brutto infortunio. Fatica molto a ritrovare se stesso e faticherà ancora nella stagione successiva. L'idea di tutti è che Del Piero non sarà più il campione che fu. Prima di quello sciagurato minuto 92 di Udinese-Juventus dell'8 novembre 1998, quando si lesionò il legamento crociato anteriore e posteriore. 9 mesi di convalescenza, il lento recupero, ma l'incondizionata fiducia di Ancelotti, appena subentrato a Lippi, che lo schiera sempre titolare. E molti storcono il naso, perché Del Piero rende poco e segna solo su rigore. Ma sono tutti convinti che per ritrovare il campione basti un gol, su azione. Un gol che lo sblocchi. Ma quell'anno Del Piero sembra riuscire a gonfiare la rete solo dal dischetto, ma mai su palla attiva. In più la concorrenza davanti è spietata e la situazione sembra frustrare il capitano, triste e giù di corda.

Andrei Kanchelskis, forse un grande campione

Negli anni d'oro del calcio italiano, le squadre si serie A saccheggiavano i campionati stranieri e portavano in Italia i migliori campioni in circolazione. Insomma, sono gli anni in cui arrivano Ronaldo, Vieri, Salas, Veron, Shevchenko, ecc...
Grande ala destra ai tempi dello UnitedNella stagione 96-97, nel mercato di gennaio, con un esborso di 15 miliardi la Fiorentina si aggiudica un certo Kanchelskis. Un'ala, col vizio del gol che, nella stagione e mezza passata all'Everton, ha giocato come seconda punta. Piuttosto prolifico in quel ruolo, ben 16 gol nel campionato precedente.

Il nostro Andrei vanta un passato di tutto rispetto, avendo passato 5 anni al Manchester United, e non come semplice rincalzo, ma come protagonista. Ala destra titolare per almeno 4 stagioni. Ma il buon Ferguson aveva l'occhio lungo e lasciò andare senza troppi tentennamenti uno dei suoi uomini migliori. Perché Sir Alex aveva intravisto in un giovanotto di belle speranze un potenziale campione, che avrebbe potuto sostituire senza troppe difficoltà Kanchelskis. Quel giovanotto era Beckham.

Siamo tutti Simone Barone

Simone Barone, centrocampista di Parma, Palermo, Torino e Cagliari, campione del mondo nel 2006
28 anni, reduce da un paio di stagioni esaltanti a Palermo. Una provinciale che sogna in grande.
Ormai da tempo nel giro della nazionale. Il primo mondiale. La grande occasione.
22 giugno 2006. L'Italia si gioca la qualificazione contro la Repubblica Ceca.

Siamo in vantaggio, ma i cechi, guidati da Nedved, attaccano senza sosta. Un contropiede... questo servirebbe per chiudere la partita.